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...e ringraziate che ci sono io che sono una moltitudine
24 febbraio 2008
Altrove
Irrequietezza allo stato puro e conseguente mancanza di parole da dipingere su queste pagine.
Voglia di avere nuovi orizzonti.

Una delle mie nipoti dopodomani parte per una gita in Grecia.
Della Grecia vista in gita scolastica ricordo immagini nette e vivide. Banale dirlo, ma la vista del Partenone, appena oltrepassati i Propilei, è sempre un tuffo al cuore. Per quanto sia consumato dallo smog, il suo straordinario potere simbolico ti assale all'improvviso, anche a sedici anni.
Il Pireo di notte. Un'uscita clandestina, all'insaputa dei professori, con una mia compagna di classe. Due militari che ci offrono da bere.
La salita a Delfi e l'improvviso tuono a ciel sereno.
Ma più di tutto è forte il ricordare la visita a Micene, la Porta dei Leoni, la tomba di Agamennone, una signora con veste nera e pelle a pergamena a dorso d'asino.
La classica corsa nello stadio di Olimpia.
Salamina.
Le candele nel monastero, affusolate e sottilissime.

E una quantità incredibile di cappelle votive in memoria di morti negli incidenti stradali.



permalink | inviato da Vecuvia il 24/2/2008 alle 23:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
31 gennaio 2006
Mondi/1
Il caro rac mi chiede di raccontare i centri dei miei mondi…non posso farlo in un post, non renderebbe giustizia all’amore che provo per certi luoghi. Inaugurerò quindi una rubrica apposita, non mi sembra una cattiva idea. Centro del mondo può essere un luogo dove hai vissuto per decenni o sei passato solo una volta. Il cervello è così volubile nel raccogliere sensazioni e trasmetterle al cuore…
Il primo centro del mio mondo è ovvio, ma se ne potrebbe parlare ore…


VITERBO: non solo la città, dove ho vissuto anni per motivi di studio, ma tutta la provincia. Una provincia che arriva fino al mare e poi risale verso l’interno. La prima volta che ci sono stata, mentre guardavo il paesaggio dal finestrino di un brutto treno, ho pensato che, a differenza di casa mia, non si vedevano le montagne. Ero come Heidi.
E’strana l’impressione che ti lascia una strada o un monumento durante la tua prima visita. Ricordo ancora l’effetto che mi fecero le mura, vicino a Porta Fiorentina, dove abitavo. Mi sembravano immense, riesco ancora a ritrovare l’impressione di quel momento. Poi si abbassarono, divvennero familiari e pronte a consolarmi.

Ma io di questa città porto nel cuore ricordi che sfrecciano come schegge impazzite e ogni tanto saltano, improvvisamente. E ricordare è dolce ma anche pieno di malinconia.
La panettiera che si informava sempre su come stavo e perché vivevo lì, a 600 km. da casa. Aveva grandi occhi azzurri e un naso brutto, mi piaceva questa confidenza che si era creata.
Mi piacevano i cani randagi che trovavi sempre sul corso, si davano il cambio. Amavo un vecchio maremmano pieno di rogna, con occhi buoni, che avrei volentieri ospitato. Ancora sento nostalgia per Basilio, randagio diventato la mascotte degli universitari, adottato cento volte ma non era per lui la vita in casa, fuggiva e tornava dai suoi amici. Basilio era un angelo, pareva trovarsi sempre dove stavi tu. Quando tornavo a casa da sola, anche a notte fonda, lui mi scortava fino a casa. Un giorno è scomparso, così, nel nulla…si sono tenute anche feste in suo onore.

E a poca distanza dai cani c’era il ritrovo dei senzatetto. Ogni tanto portavo loro qualcosa, in particolare ho conosciuto un professore tedesco che dalla Germania era arrivato lì e viveva per strada, insieme a Biancaneve, una lupetta bianchissima con quattro cuccioli.
Amo la via che si inerpica verso Palazzo dei Papi, piazza della Morte, dove si giustiziavano gli eretici, il ponte etrusco, il Palazzo scoperchiato e offerto al cielo come un ricamo prezioso. La casa medievale di fronte alle arcate era il mio rifugio, quando stavo veramente male e soffrivo mi sedevo lì, protetta dalla pietra.
Quando invece stavo bene amavo scendere dalle scale sotto il Palazzo, proseguire per una via stretta fino a giungere al grande prato di Valle Faul, entrare al centro sociale a leggere qualcosa su un vecchio divano ,mentre almeno dieci cani ti accoglievano ululando. Un centro sociale tanto piccolo rispetto ad altri, con una sua storia, cullato dagli universitari e protetto, anche se una molotov era riuscita a danneggiarlo, quando ancora ci abitava una famiglia. Perché quella è una città di fascisti, anche ora. Amavo quel posto. Amavo certe persone che lo frequentavano e le cene sociali che organizzavamo per raccogliere soldi in caso di bisogno, come i soldi per l’avvocato di un amico punk, picchiato dalle meravigliose forse dell’ordine. Tutti cucinavano qualcosa e lo si gustava insieme, con una sottoscrizione. Io me la cavavo coi dolci, devo dire.

E ovviamente amo alla follia le vie intorno a S. Pellegrino, il quartiere medievale, amo scendere per scorciatoie segrete verso Piano Scarano e il ponte del Paradosso, la casa del boia, dove i passi sono amplificati dal silenzio e tutto è antico. Mi manca da morire bere una birra all’aperto, davanti al bar di Lucio, ritrovo degli studenti fino a notte fonda. Potrei farlo anche ora, ma mancherebbe chi ha diviso con me questi anni.

Le cento fontane…prima degli esami ci sdaiavamo sui loro scalini, fumavamo, mangiavamo, ascoltavamo i troppi militari di cui era piena la città. Guardavamo facce di studenti conosciuti solo di vista, sorridevamo a chi faceva parte del nostro mondo. Volti che mi hanno accompagnata per anni ed è piacevole ritrovare, altri mi hanno abbandonata, nessun rimpianto.
Ecco, mentre scrivo altre immagini mi tornano in mente: io ed Elisa su quel suo vecchio motorino dalla marmitta incredibile, mentre andiamo fino a Ferento, una bella distanza, considerato il mezzo di trasporto. Io e lei che accudiamo il cucciolo che aveva appena preso, Geremia. L’ho praticamente cresciuto, è come se fosse mio.
E poi il mondo si espande: la provincia si mostra. La faggeta sui Cimini, dove ci piaceva camminare di notte…ci ambienterei volentieri un film dell’orrore; il lago di Vico, scenario di una foto con la mia migliore amica, siamo sorridenti, su una piattaforma da cui partivano i deltaplani. Guardandola provo ottimismo senza limiti. E poi, certo, bisogna visitare Tuscania e Tarquinia, non si possono tralasciare. Gli studenti fortunati ci andavano in auto, quelli meno fortunati dovevano sottostare alle dittature degli orari. Ma valeva la pena per crogiolarsi al sole, sul grande prato del parco di Tuscania, bere dalle sue fontane e arrampicarsi verso la chiesa sul colle, colma di sarcofagi etruschi. E ti ricordi che sei in mezzo ai Rasna, sorridenti.
Infatti a Tarquinia puoi vederne le tombe. Tombe ricche e dipinte e che ti aprono il cuore coi loro colori. Ti ci perdi, vuoi perderti, pensi che forse lì potrai capire altro che non hai mai saputo. Ti perdi anche nel museo e in una veloce nuotata in un brutto mare, un tempo bello.

E il mio mondo continua a Norchia, la necropoli etrusca più bella, più affascinante perché maestosamente fusa con la natura. Tombe vuote, discesa ripida. L’ultima volta ci sono stata con il mio migliore amico e un suo conoscente, da me mai visto. Abbiamo camminato fino a raggiungere il fossile di chiesa medievale sull’altro lato della valle. E tutto era perfetto, scintillava. Ma io soffrivo di asma allergica, ho resistito alla stanchezza dei polmoni, ho vinto.
E Vulci…oh, Vulci…l’incredibile silenzio degli scavi. Il mio grande amore che cammina accanto a me…e l’amore era dolce se fatto in un luogo d’arte...se allora avessi saputo che non saremmo mai più tornati insieme in quel luogo avrei raccolot, sgomenta, ogni minimo dettaglio. E lì, tornando verso casa, non mi stancherò mai di dirlo, ascoltando i Porcupine Tree ho fissato un momento preciso della mia vita. Cinque persone che difficilmente si ritroveranno in quella macchina, un istante che ricordo come se l’avessi vissuto ieri. Un istante perfetto, perché mentre lo vivevo ho pensato che non me ne sarei mai scordata. E così è stato. E rivedo pure la nuotata nel Fiora, dopo la visita all'oasi.
E Civita di Bagnoregio, “il paese che muore”, così viene chiamato. Costruita su una rocca che rischia di crollare, vengono geologi da tutto il mondo per cercare di salvarla. Ci si arriva inerpicandosi su una salita assurda, che sostituisce la vecchia strada. Avvolta nella nebbia è spettrale e bellissima, classica gita fuoriporta degli studenti. La prima volta che ci sono andata ho trovato per terra un collare di cane, ovviamente l’ho conservato, maniaca dei ricordi, anche i più stupidi. Ci abitano pochissime persone, di sera è davvero un luogo deserto. Splendido.
E infine le pozze del bullicame, acque termali. Perché Viterbo è città termale. Noi andavamo alle pozze sulla Cassia, più raccolte e belle rispetto a quelle in città. Obbligatorio andarci a gennaio, freddo acuto che si sconfiggeva tuffandosi, rilassandosi nell’acqua calda. La pelle tornava liscia come quella di un bimbo e fumavamo in acqua guardando la luna. Onirico.
E poi persone, volti, serate, mattine, tutto è nella mia mente, nulla è perso.

Questo è uno dei miei mondi…il più importante perché mi ha fatta diventare la persona che sono. Tutto ciò che di più significativo ho fatto in vita mia è successo lì, a parte rarissime eccezioni. E i luoghi restano, impressi nella carne, nessuno lì cancella.
Mi sono commossa mentre scrivevo.



permalink | inviato da il 31/1/2006 alle 17:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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